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Maurizio Isabella, Risorgimento in esilio. L’internazionale liberale e l’età delle rivoluzioni

Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 382, € 28. Traduzione dall’inglese di David Scaffei.

(Ed. originale Risorgimento in exile. Italian Emigrès and the Liberal International in the Post-Napoleonic Era, Oxford u.p., Oxford-New York, 2009).

La dimensione internazionale del risorgimento prende corpo in tutta la sua importanza grazie a questa poderosa ricerca che mostra, come illustra fin dall’introduzione Maurizio Isabella, «quanto l’esperienza dell’emigrazione fu cruciale per determinare il modo in cui la comunità nazionale italiana venne immaginata». L’obiettivo non è quindi una indagine sull’esilio risorgimentale, nella dimensione di storia sociale dell’emigrazione, ma dell’esilio come esperienza intellettuale, riguardante i fuggitivi di quella prima generazione di patrioti che si allontanò dalla penisola nel periodo compreso fra la caduta del regime napoleonico e la fine degli anni trenta. Essi furono alcuni fra i protagonisti delle rivoluzioni di Napoli, di Torino e Milano, che l’autore colloca in un più ampio movimento internazionale che in quegli anni attraversò l’Europa, dalla Russia fino alle estreme propaggini occidentali, in Portogallo.

Si tratta quindi di una ricerca di storia delle idee e di come queste si andarono forgiando nell’incontro con le principali esperienze rivoluzionarie che caratterizzarono la prima metà dell’Ottocento: la Spagna rivoluzionaria, l’America Latina protagonista della prima decolonizzazione, la Grecia avamposto dell’Occidente. A esse si affianca l’oggetto del perdurante confronto da cui nasce la consapevolezza dell’arretratezza culturale della società italiana, quella Gran Bretagna patria del liberalismo, che ha ospitato e nutrito di cibo intellettuale generazioni di esuli non solo italiani. L’obiettivo ultimo che si pone l’autore è infatti di delineare quella che egli definisce come una Internazionale liberale, che si sarebbe posta come il contraltare politico della Santa Alleanza.

Frutto di vari anni di studi, il libro ha come fonte principale i carteggi di trentacinque esuli, alcuni dei quali assai noti, altri che vengono illuminati appunto da questa ricerca, che si propone di rinnovare il tema dell’esilio risorgimentale. Questo, come annota Isabella, sarebbe stato più spesso indagato con un approccio narrativo, piuttosto che prestando attenzione alla dimensione internazionale assunta dall’elaborazione concettuale degli esuli, maturata appunto sulla base della loro esperienza cosmopolita. L’autore si distanzia esplicitamente da tale approccio narrativo, di cui mette in luce la diretta discendenza dai miti e dalle rappresentazioni prodotte dagli stessi protagonisti del Risorgimento, da essi descritto «nei termini di una lotta condotta dai patrioti in esilio per dar vita a uno stato italiano». Più complesso si mostra il suo rapporto e il suo debito intellettuale con gli studi più recenti sul Risorgimento e in particolare quelli di Alberto Banti, a cui l’autore riconosce i grandi meriti nell’indagine sulle narrazioni, sulle immagini letterarie e sui sentimenti dei patrioti risorgimentali, nonchè sulla sedimentazione di una idea di nazione intimamente connessa con quelle di famiglia e di terra. Rispetto a queste acquisizioni, Isabella intende tuttavia anche aggiungere un nuovo contributo, che egli individua nel «ruolo che l’ideologia, la politica e le diverse concezioni della libertà ebbero nel processo di definizione della nazione». L’attenzione alla dimensione internazionale del dibattito permette non solo di superare un’interpretazione del Risorgimento come evento tutto e solo interno alla storia del nostro paese, ma addirittura di pervenire all’elaborazione di un concetto di nazione che «non è più nazionale», ma piuttosto frutto di contaminazioni e trasferimenti di idee prodotti appunto dall’esperienza dell’esilio. Questo evento, a sua volta, è responsabile della nascita di una nuova figura, quella del «patriota cosmopolita».

Diviso in due parti, il libro affronta nella prima la dimensione mondiale della lotta per la libertà, nei luoghi in cui essa si espresse nei decenni successivi al crollo dell’impero napoleonico, in primo luogo nella Spagna del Trienio Liberal, che fra il 1820 e il 1823 costituì il primo approdo per gli italiani coinvolti nella rivoluzione napoletana e nelle insurrezioni in Piemonte e a Milano. Essa costituì un’esperienza cruciale in quanto, come illustra Isabella, fornì tre importanti insegnamenti: una fede «quasi utopica» nei benefici dell’esperienza rivoluzionaria per la società spagnola, il nesso fra la difesa della libertà in Spagna e quella nel resto d’Europa, e infine la scoperta del potenziale strategico della guerriglia, appreso dalla resistenza antinapoleonica. Da allora sarebbe maturata la convinzione dell’apporto fondamentale dei contadini alle lotte di liberazione. A questi elementi va aggiunta la convinzione, maturata proprio nella partecipazione alla rivoluzione spagnola, della dimensione internazionale della lotta per la libertà.

L’America Meridionale e la Grecia fornirono altre decisive lezioni. La prima offerse ai patrioti italiani l’insegnamento e l’esempio dell’importanza dell’azione militare e della figura dell’eroe combattente, incarnata appunto in quegli anni da Giuseppe Garibaldi. Inoltre, il difficile percorso che le nuove repubbliche sudamericane affrontarono nella costruzione dello stato e nelle opzioni fra modello accentrato e federale, influirono non poco sul dibattito che su questi temi era in atto in relazione al futuro della penisola. Tale dibattito tuttavia sarebbe poi stato in larga parte rimosso e dimenticato, sulla base delle modalità con cui effettivamente venne realizzata l’unificazione politica. La Grecia fu altrettanto cruciale per gli esuli italiani, in quanto in questo paese mediterraneo essi vedevano rispecchiata la loro stessa esperienza. Non solo il movimento indipendentista greco si era formato quasi del tutto all’estero, ma, come quello italiano, vedeva nell’indipendenza politica la premessa imprescindibile per il progresso sociale e per il recupero delle glorie dell’antichità classica. Il filellenismo, che reclutò adepti eccellenti anche in Gran Bretagna, come è noto, era quindi destinato a divenire uno dei topoi del romanticismo europeo. Caricandosi di molti significati, compreso quello della difesa dell’identità europea e cristiana delle popolazioni della Grecia continentale e insulare, esso comportava una visione internazionale della libertà in una prospettiva mediterranea. A differenza dei politici inglesi che sostenevano la lotta dei greci, ma che erano convinti della totale estraneità della popolazione greca contemporanea nei confronti della civiltà occidentale, i patrioti italiani elaborarono nei confronti della Grecia un modello di fratellanza, che vedeva accomunate le sorti dei due paesi: una parentela che sarebbe stata suggellata dal sangue del sacrificio di Santorre di Santarosa.

La seconda parte del libro si concentra invece sull’apporto dell’esempio britannico all’elaborazione concettuale degli ideali di libertà e alla progettazione dello stato condotte da parte degli esuli italiani. Per quanto in genere grandi sostenitori delle riforme napoleoniche, essi credettero di trovare una grande lezione di buongoverno nelle tradizioni di decentramento e di autonomia locale inglesi. Agli occhi di personaggi come Giovanni Arrivabene e Giuseppe Pecchio, la cui parabola ideale ha fornito lo spunto iniziale della ricerca di Isabella, «l’Inghilterra rappresentava il simbolo stesso della civiltà e del progresso», in quanto era l’unico paese in cui la libertà politica si associava a una grande e crescente ricchezza: per questo essa non poteva che essere il modello cui guardare nella costruzione di uno stato unitario. Le loro opere provano, inoltre, quanto il pensiero economico italiano fosse bene a conoscenza dell’economia politica inglese e non relegato in una dimensione puramente provinciale. Infine, la dimensione cosmopolita in cui appresero a muoversi e a giudicare il mondo gli esuli, diede loro la possibilità di intervenire su alcuni dei più radicati pregiudizi sedimentati nei confronti dell’Italia dalla tradizione del Grand Tour. Condividendo i giudizi negativi espressi da quanti avevano visitato la penisola negli ultimi due secoli, gli esuli riuscirono in qualche modo a trasformare la constatazione dell’arretratezza e della miseria della società italiana, soprattutto meridionale, in un atto di denuncia sociale e di incoraggiamento al sostegno politico per la causa risorgimentale.

Pur non intendendo essere, come dichiara esplicitamente l’autore, un libro sulla storia dell’esilio risorgimentale, che ancora non c’è, il volume fornisce un contributo utile e significativo non solo alla storia delle idee, nel cui ambito disciplinare intende collocarsi. Anche sul versante disciplinare della storia dell’emigrazione, questa ricerca apporta un’ulteriore dimostrazione di quanta parte della storia del nostro paese, anche nella sua fase risorgimentale, vada cercata all’estero. Tale obiettivo è conseguito attraverso l’adozione di una prospettiva quasi spericolata nella sua dimensione geografica, spaziando dalla Grecia all’America Meridionale, consentita dalla scelta delle fonti, composta da scritti di un gruppo selezionato di protagonisti dell’esilio. Illustrando su scala planetaria la dimensione cosmopolita, appresa attraverso l’esperienza dell’esilio, pur tanto traumatica sul piano personale, il libro riesce effettivamente a collocare la vicenda del Risorgimento italiano su di un piano internazionale. In tal modo, esso contribuisce anche a fare recuperare, attraverso le storie individuali di quanti si sono dovuti allontanare dalla penisola, la complessità del reticolo di legami personali e di confronto di idee che ha accompagnato la costruzione del progetto di unificazione politica.

Patrizia Audenino

 

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